La lotta al gradino

L’idea che tutti hanno è che se lavori in proprio fai un po’ come ti pare. Invece no.
Io lavoro in proprio e, nonostante ami il mio lavoro, abbia la possibilità di fare quello che mi piace sorridendo e un po’ di flessibilità nella gestione degli orari, non vedo altre agevolazioni rispetto a chi lavora come dipendente di una qualche azienda. Chi lavora in proprio, che sia una freelance o un imprenditrice, non ha tredicesima (o quattordicesima), non ha ferie pagate, non ha maternità, non gode di aiuti che non passino attraverso l’auto tassazione. Ma soprattutto flessibilità non è sempre un bene, spesso significa anche non avere giorni festivi né orari lavorativi prestabiliti. Tradotto significa che sei sempre lì a farti il culo a strisce perché non hai un mensile garantito. Non voglio dire che c’è chi lavora di più e chi di meno, non voglio denigrare la posizione da freelance, voglio solo dire che non è sempre oro quel che luccica e che l’erba del vicino non è sempre più verde, per dirlo con i proverbi.
Riguardo alla maternità, davvero non capisco il divario. Io pago le tasse, una dipendente paga le tasse. Qual è la differenza?

Tutta questa premessa per dirvi che la scorsa settimana ho letto su Vanity Fair un articolo (molto bello) della mia amica Francesca Amé. Parlava  del movimento #facciamociavanti.
Ecco, dopo aver scritto anche io su Donna Moderna dell’iniziativa nata dal libro di Sheryl Sandberg ho ricevuto dodici mail da parte di donne che mi raccontavano la loro esperienza in privato.
Lucia ha investito la liquidazione, altri risparmi più un mutuo (che ancora continua a pagare) in un negozio che ha dovuto chiudere, nonostante stesse inseguendo la sua passione, perché le entrate non bastavano a coprire le spese della babysitter per i suoi due bambini. Più o meno le altre storie erano molto simili a quella di Lucia.
Da lì le riflessioni che sono in cima al post e qualche altra venuta fuori anche dall’articolo di Francesca Amè.
Non è davvero così semplice, forse. Non basta solo volerlo, forse.
Facciamoci avanti è un bellissimo slogan, incita al punto giusto ma il limite tra l’entusiasmo e il realismo non è così sottile da essere ignorato.
Quelle dodici mail, erano dodici storie di persone che mi hanno fatto notare che non sempre allungare la mano, anche se con tanta determinazione, serve a prenderti quello che desideri.
E dare la colpa a un sistema che non agevola le famiglie ma predilige lo status di “non mamme” (vedi le assunzioni di donne già mamme), non serve a giustificare i fallimenti ma a rincorrere il cambiamento.
Non credo che il problema sia solo italiano, anzi, riflettendo sono arrivata alla conclusione che il gender gap ci sia e sforzarsi di andare oltre quello che la natura ha stabilito, forse è ingiusto. Così come lo è esser costrette a scegliere, a volte, tra la maternità e la carriera. Le donne che hanno lottato per ottenere la parità tra i sessi sono delle eroine, ma non credo ci sia più da lottare per una parità che, per background biologico, non potrà mai esistere.
Perché cercare di farcela a tutti i costi senza pretendere aiuto? Come se l’aiuto decretasse per sempre quello che molte rinnegano da secoli: siamo il sesso più debole.
Io non lo intendo come un’offesa. Non si parla di forza e virtù ma di un genere che va difeso.
Quell’aiuto che fino a poco tempo fa anche io rifiutavo per presa di posizione, quell’aiuto che sembrava una discriminante, è un aiuto che va anche ai nostri figli, non solo a noi.
Adesso io questo aiuto lo voglio, lo pretendo. Perché solo i cretini non cambiano idea.
Perché ho capito che se io mi impegno a crescere un uomo e una donna con sani principi, pretendo che questo mio “lavoro” sia ricompensato dalla società. Oggi. Senza segni sul ghiaccio.
E ho deciso che quello per cui lotterò non sarà la parità, ma sarà l’ottenimento di quell’aiuto. Un gradino sul quale salire per guardare – lavorativamente – gli uomini negli occhi alla stessa altezza preoccupandomi solo di avere le stesse competenze e non un numero minore di figli.

p.s. questo post è stato scritto su un FrecciaArgento che da Lecce mi sta portando a Roma e sono sveglia dalle 4.30. Tenetene conto quando vi chiederete il perché del fatto che oggi mi sia svegliata incazzata con il mondo.

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Categories: My life
Tags: LAVORO, WORKLIFE

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commenti

Commenti

  1. Rosanna
    Rosanna 8 aprile, 2013, 15:59

    Scommetto che a Foggia eri più incazzata perchè lì il treno cambia binario e sei controsenso il tuo stomaco ne risente. :-))
    In compenso a Roma hai trovato il sole, anche se sta lentamente andando via. :-))

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  2. mammapiky
    mammapiky 8 aprile, 2013, 16:06

    Noi donne spesso non pretendiamo, perché pretendere nel nostro immaginario bislacco, e’ sinonimo di cedere, dire che “abbiamo bisogno di”, che ci serve un aiuto. Noi non chiediamo mai, al massimo simuliamo comportamenti che dovrebbero, sempre secondo l’immaginario di cui sopra, far capire agli altri quello che non riveleremmo nemmeno sotto tortura…è per questo che spesso non raggiungiamo gli obiettivi, che non siamo dove vorremmo essere, che non sediamo su grandi poltrone.

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  3. Marta
    Marta 8 aprile, 2013, 19:03

    “Quell’aiuto che fino a poco tempo fa anche io rifiutavo per presa di posizione”. ora, per cortesia, spiega questa posizione. anche se hai cambiato idea, per favore spiega che cavolo di presa di posizione era questa.
    E poi, vorrei precisare una cosa: quando un papà si occupa del figlio, NON sta aiutando la mamma, sta solo facendo il suo dovere.
    E se certi papà non si occupano troppo dei figli è perchè le mamme glielo permettono. Cominciamo a non considerare un aiuto quello che viene dai papà. Le baby sitter e le nonne aiutano, i papà fanno solo il loro dovere.

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    • Bismama
      Bismama 9 aprile, 2013, 11:07

      Marta quando parlo di aiuto mi riferisco all’aiuto da parte della società, nuove politiche sociali più family friendly. Questo.
      L’aiuto dei papà l’ho sempre dato per scontato e non ne ho mai parlato perché penso siano genitori uguali alle mamme e per questo abbiano gli stessi doveri, un papà deve dedicare ai figli lo stesso tempo che vi dedica la mamma. È normale, naturale.
      Quello che mi scoccia è, invece, che certe persone per presa di posizione a prescindere (io ero fra queste fino a poco tempo fa) pensassero che l’aiuto dello stato alle mamme lavoratrici fosse come ammettere quella diversità che tanto abbiamo cercato di combattere negli anni…
      Essere diversi non significa essere deboli, significa solo avere esigenze diverse.
      L’ho capito ora ma meglio tardi che mai.

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    • Marta
      Marta 9 aprile, 2013, 22:16

      ah, ok, non avevo capito 🙂
      però allora parlerei di aiuto dello stato ai genitori, non solo alle mamme.
      poi lancio una provocazione: perchè il congedo parentale facoltativo i papà non lo prendono mai? questo è un diritto che c’è già, basterebbe usarlo.

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  4. Anonymous
    Anonymous 8 aprile, 2013, 19:06

    Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

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  5. Anonymous
    Anonymous 8 aprile, 2013, 19:10

    bell’articolo ma si dice gender gap 😉

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  6. il mio grandecaos
    il mio grandecaos 8 aprile, 2013, 21:21

    perfettamente d’accordo. riflessione pacata ma realista. siamo il sesso debole e dobbiamo dimenticare l’immaginario di wonder woman. chiedere aiuto è la giusta strada. Ai familiari, ai vicini di casa, ali amici e alle politiche sociali/alla famiglia. non per compensare il gap tra uomini e donne ma per restare a galla, semplicemente.

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  7. Marina
    Marina 8 aprile, 2013, 21:31

    io non sono d’accordo sulla faccenda del sesso debole: se fossero gli uomini a farsi carico di tutte le incombenze che ora curano le donne sarebbero in grado di far fronte a tutto da soli?
    non avrebbero bisogno di un aiuto?
    secondo me non esiste un sesso debole e uno forte, ognuno con le proprie caratteristiche, siamo diversi e basta.

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  8. cily75
    cily75 9 aprile, 2013, 15:16

    E’ un argomento così delicato e spinoso questo…e oggi secondo me non esiste più una separazione netta tra mamme lavoratrici aiutate, mamme freelance, mamme casalinghe. La verità dal mio punto di vista è che è tutta la società che è cambiata. Le tutele sul mondo del lavoro sono poche e insufficienti, i posti tutelati sono ormai rarissimi e spesso appartenenti a generazioni ormai ben fuori dai problemi della genitorialità. Questo anche perchè, ahimè, in Italia si è approfittato a lungo dei diritti, a mio parere, che vengono visti come vie di fuga per esercitare la propria furbizia. pensa a quante finte maternità a rischio, finte depressioni post partum etc etc. Il fatto è che l’aiuto ci vuole, e in alcuni altri paesi evoluti c’è. Ma prima di tutto ci vuole il senso del dovere, che qui manca molto spesso. E finchè non cambia la cultura dell’italiano medio non si può pensare che cambi una regola sociale, ahimè. Non so se esiste questa soluzione, io ho una fiducia nell’italiano praticamente nulla. E sono incazzata quanto te, non sono una freelance, ma una precaria, e non ho avuto una vera maternità, nè i permessi di allattamento, nè di malattia nè nientaltro, e non posso organizzarmi i tempi dato che ho un capo a cui rendere conto. E’ uno schifo, sono d’accordo.

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  9. sorairo
    sorairo 29 aprile, 2013, 22:55

    argomento difficil. ma sussidi a libere professioniste mi trovano favorevole. insomma o hai un aiuto o chiudi, ma finchè nn torni a lavoro, come fai? spesso si lavora fino al parto e si torna poco dopo. ma come si fa’????????? e poi ci sono le bastarde che vanno in maternità anticipatasolo perchèdevono spostare 1 foglio e guidano! almeno andassero in treno e dovessero camminare un secolo….

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  10. firmatocarla
    firmatocarla 14 agosto, 2013, 00:03

    Sono perfettamente d’accordo con te, devo anche ammettere che anche io ero una sostenitrice ad oltranza della parità. Col secondo figlio ho iniziato a dubitare. Col terzo ho definitivamente capito che “sesso debole” non significa fragile, bensì che necessita di quell’aiuto per lavorare “ad armi pari”. Fortissima la definizione di quel gradino!!! Rende proprio il concetto!

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