Mi faccio avanti

Se n’è parlato in due panel della Social Media Week a Milano.
Ne ho parlato ieri su Donna Moderna (e insieme a me lo hanno fatto altre decine di persone su altre testate).
Se ne parla su Twitter grazie all’account @mifaccioavanti e all’hashtag #facciamociavanti.
La macchina è partita da un po’. Ora sembra inarrestabile.
Non posso che esserne contenta.
Quello che mi sconvolge e che mi perplime allo stesso modo è l’atteggiamento di alcune donne che su Twitter o tra i commenti agli articoli delle varie riviste on line, parlano con una rassegnazione che non dovrebbe appartenere alla nostra generazione.
Siamo figlie delle rivoluzioni del ’68 e godiamo di alcuni benefici grazie a donne che prima di noi ci hanno spianato la strada. Non sono femminista anzi, pensavo che non avrei mai detto in vita mia la frase “siamo figlie delle rivoluzioni del ’68”, ma sono una sostenitrice di quelli che cercano di omogenizzare la società senza dare un sesso ai diritti, ai doveri e (soprattutto) alle soddisfazioni.Qualche giorno fa Chiara, in questo post, ha detto una cosa giusta che mi ha fatto molto riflettere.
Perché tendiamo ad autoghettizzarci? Perché sottolineiamo il fatto di essere mamme come se questo dovesse essere un pregio o un difetto o, peggio ancora, una giustificazione a quello che non riusciamo a fare?
Come se dire “sono mamma” non fosse come dire “sono nubile”. Chi di voi mette sul curriculum lo stato civile?
L’Italia non è un paese per mamme? E allora? Non esistono solo le istituzioni, esistono le persone che fanno  economia, esistono donne che lavorano, esistono donne che ci credono.
Non sono solo bei discorsi o pensieri utopistici. Io ci credo e ne parlo ai miei figli.
Cerco di crescere un uomo che avrà rispetto delle donne così come lo avrà degli uomini e cerco di crescere una pasionaria che sa di non dover arrendersi mai davanti alle difficoltà, che c’è sempre qualcosa che si può fare per migliorarsi.
La rassegnazione non è un sentimento che appartiene ai vincenti.
A quelle donne che partono sconfitte, che non credono di potercela fare, che danno la colpa alle istituzioni, che si nascondono dietro lo status della maternità, che indietreggiano per paura di andare avanti credo di poter dire solo che partire sconfitte è come seppellire la passione per sempre. Quanto ne vale la pena?
Io mi faccio avanti per sentirmi viva senza rimpianti.

_________________________________________________________________________
Vuoi rimanere aggiornata sulle novità del blog? Iscriviti alla Newsletter.

Se ti va seguimi anche su Facebook e Twitter.
Per divertirti con me ogni giorno e curiosare un po’ nella mia vita passa a trovarmi su Instagram.

Categories: Workaholic
Tags: LAVORO, WORKLIFE

Commenta con Facebook...

commenti

Commenti

  1. handmadebygio
    handmadebygio 22 febbraio, 2013, 10:46

    Concordo pienamente! Ma rispetto quelle persone che hanno momenti di abbattimento, capitano a tutte, purtroppo anche a me che solitamente sono un vulcano e non mi fermo mai!
    A presto
    Giovanna

    Reply this comment
  2. Federica MammaMoglieDonna
    Federica MammaMoglieDonna 22 febbraio, 2013, 12:28

    ben detto!!

    Reply this comment
  3. Katia
    Katia 22 febbraio, 2013, 14:40

    io sarei anche d’accordo, eh. ma davvero.
    solo che leggere sta cosa dalle pagine di un mummy blog fa un po strano. senza polimica, ma tu dalle pagine di questi blog, dalle pagine del tuo libro e dalle pagine di donna moderma ti presenti prima come mamma e poi come altro.

    Reply this comment
    • Bismama
      Bismama 22 febbraio, 2013, 15:27

      In effetti hai perfettamente ragione Katia ed era anche una cosa che volevo scrivere e poi mi son scordata. Il fatto è che nel mio CV io non menziono il fatto di essere mamma, questo è un mommy blog o il mio libro tratta quell’argomento e si rivolge alle mamme. È un po’ come dire “parlo con cognizione di causa quando dico qualcosa sulla maternità”.
      Ma non mi riferivo alle mamme blogger o a chi lavora anche nell’ambito della maternità, ma a chi si nasconde dietro alla maternità dicendo di non potercela fare a causa dei figli. Ecco io a questo non ci credo.

      Reply this comment
  4. Leda
    Leda 22 febbraio, 2013, 19:56

    sono d’accordo con te Bismama, ma a volte un senso di sopraffazione è facile che ti colga!!

    Reply this comment
  5. Cristina
    Cristina 23 febbraio, 2013, 13:46

    Io ho lavorato per molto tempo in un ambiente a maggioranza maschile. Quando non ero ancora sposata mi sono trovata spesso in situazioni di simil-abbordaggio… in genere davvero terrificanti, ma superabili con un fermo no grazie 🙂 Poi mi sono sposata e qualcuno mi ha pure detto “è forse un problema?” La risposta è stata sempre come sopra “no grazie”. Infine sono diventata pure mamma e lì la faccenda è cambiata.. Un must era la domanda “dov’è tua figlia? Con chi l’hai lasciata?”… cioè dico..ehmmmmm.. Siamo arrivati persino a: avresti voluto quel posto? Ma è lontano da casa e con la bambina come avresti fatto?…Cioè.. Ecco ad alcune di quelle persone non ho risposto “no grazie”, ho osservato con calma e pacatezza che avrebbero dovuto vergognarsi di utilizzare argomentazioni del genere, di anche solo insinuare, farmi arrivare a pensare che il mio essere mamma potesse essere un limite alla mia professionalità…uhhhh… Quel rapporto di lavoro si è interrotto.. Qualcuno ancora oggi mi chiede perchè non ho lottato per conservare quel posto.. Non ho lottato perchè si era superato il limite.. Ora faccio altro e va bene così 🙂 Buon fine settimana Serena!

    Reply this comment
  6. Elena - WorldWideMom
    Elena - WorldWideMom 23 febbraio, 2013, 19:04

    e bbrava bis!

    Reply this comment
  7. sorairo
    sorairo 25 febbraio, 2013, 11:20

    Vero che per la maggior parte sono scuse. Il problema credo sia essenzialmente che non ci sia rete di mamme. Adesso ok c’è chi si nasconde. Ma sentite le centinaia di storie di donne che hanno lasciato il lavoro perchè erano incinte ed han ricevuto pressioni? Io al corso preparto ne ho sentite 3 di dirette e una peggio dell’altra. Perfino scenate (“ma invece di lavorare scopate?” termini sul vlolgare. Io quando ho ricominciato a tornare a cercare lavoro nel 2011 ho presto imparato ad omettere il fattore figlio poichè si impietrivano nonostante fossi organizzata per il piccolo e non ricevevo chiamate. Glisso sull’argomentop e mi richiamano. La sincerità paga poco a lavoro se hai figli.
    Adesso tra un anno e mezzo avrò un altro problema. Andrà alla materna. Io lavoro a partire dalle 17 e il papà e i nonni finiscono almeno per le 18. la materna chiude alle 16. Babysitter come la pago me lo chiedo. Quindi si pone un problema. CHi di noi dovrà lasciare lavoro? Probabilmente io col reddito minore e ci arrangeremo in qualche maniera. Nel frattempo sto provando a cambiare lavoro che sia diurno o almeno da 1000 euro in modo da poter dare una misera ad una ragazza se viene a tenere il bimbo un paio di ore. Anche se spesso le discussioni che ho se mi servono permessi (un gg dovevo stare a casa con piccolo malato il boss mi risp “ma sto male anche io”!!!) mi fanno desiderare di essere casalinga.
    Quindi si, spesso ci si trincera dietro scuse. Ma ci sono anche scelte che si subiscono.

    Reply this comment
  8. Erika
    Erika 25 febbraio, 2013, 15:53

    Io credo che quelle che inventano scuse siano davvero poche. non tutti abbiamo la stessa resistenza, la stessa tenacia, le stesse motivazioni sul lavoro. E alla stesso tempo essere madri è un lavoro duro e molto sottovalutato in questa società (dove tutto cio’ che non produce profitto non è considerato come lavoro). Eppure non ci vogliono raffinati ragionamenti per capire che l’educazione degli uomini e donne di domani è un lavoro fondamentale per la società. Io sono tornata a lavorare lasciando la mia bimba di 4 mesi al nido. Non credevo, ma mi si è spezzato il cuore, a 4 mesi sono cosi’ piccoli…eppure dovevo (e volevo, certo!) tenermi il mio lavoro e pagare le bollette. Il fatto è che sempre più viviamo in un paradosso: da una parte tutti ti rinfacciano che essere mamma non vuol dire essere handicappata “e dai sù, smettila di lamentarti se sei obbligata a tornare al lavoro dopo BEN 4 mesi di vacanza!” ,dall’altra tutti, e in particolare gli specialisti insistano su come sia importante allattare ALMENO fino ai 6 mesi,meglio all’anno; di quanto dai 6 mesi i piccoli sentano l’assenza della mamma come abbandono eccetera eccetera. E se per esempio l’allattamento prolungato che tanto avevi desidarato non funziona perchè tua figlia smette di volere il seno dopo aver provato il biberon per unico pasto della giornata in cui tu non ci sei perchè sei dovuta tornare al lavoro,ti senti pure in colpa!(esempio del tutto casuale). Se il compito degli esperti è di scoprire cosa sia meglio per il bambino, è compito della società tutta di mettere i genitori nelle migliori condizioni per adempiere al proprio ruolo. Ma il DIO LAVORO sembra ancora essere in testa nella scala delle priorità di questa società, mentre la cura dei figli arriva ben dopo, o sbaglio?

    Reply this comment
  9. Anonymous
    Anonymous 7 marzo, 2013, 19:19

    Quando ho deciso di avere il secondo figlio, ero tranquilla. Il lavoro in ufficio mi permetteva di stare in un ambiente sano e senza pericoli. Ho lavorato – convinta della mia scelta – fino all’ottavo mese e con la convinzione di tornare dopo quattro. Peccato che il mio posto è stato reinventato per un altra persona e mi hanno dato un altro incarico a ottanta km da casa. Uscivo quando i figli dormivano e tornavano a pochi minuti da mandarli a letto, stanca, affranta e nervosa. Ho mollato: non mi sento una fallita, non mi sento una persona che ha perso qualcosa. Ho conquistato il mio tempo. Il mio tempo di donna e poi di mamma.

    Reply this comment

... oppure con Wordpress

Your e-mail address will not be published.
Required fields are marked*