La mia prima esperienza da direttore artistico

Durante la carriera lavorativa di una persona capitano un sacco di cose: nuove proposte e nuove sfide.  C’è sempre la possibilità di scegliere, di rinunciare a un’occasione perché non ci si sente pronti o perché si hanno degli ostacoli. Ma capita anche di buttarsi a capofitto nel buio pensando di potercela fare, credendoci con tutte le proprie forze.
A me è capitato.
Mi è capitata un’occasione: quella di avere un’idea, delle persone che hanno creduto in me e in quel progetto, un team  (di amici e colleghi) e le risorse per realizzarla.
In sintesi la sfida era quella di pensare e creare un evento, da organizzare in meno di un mese, per il lancio di un nuovo prodotto: un’auto.
Una bella sfida, difficile ma affascinante proprio per questo.
Io che amo le auto e le sfide, avrei mai potuto rifiutare quest’opportunità?
Ci ho provato buttando giù bozze, correggendole finché non mi sembravano perfette (ah, la perfezione, questa sconosciuta). Le ho sottoposte al giudizio di persone esperte nell’organizzazione di eventi e del cui parere mi fidavo molto. Ho limato qua e là, modificato, migliorato, ascoltato i consigli avidamente, e in silenzio ho imparato.

In venti giorni ho frequentato più uffici pubblici che il mio ufficio e la mia casa messi insieme.
Ho richiesto autorizzazioni, compilato moduli, scoperto cose che nessuna mente umana (sana) potrebbe mai partorire in relazione a un evento con musica live tenuto all’aperto e con una previsione di partecipazione di oltre duemila persone.
Ho stilato non so più quante to do list, montato video, creato playlist, curato la scenografia del palco, la coreografia di tre sfilate di moda (io e sfilate di moda nella stessa frase, sì), fatto continui recap, rotto le palle a nastro ai fornitori, trasformato la mia postazione di lavoro in un ufficio stampa, creato e curato la grafica della campagna di comunicazione e infine assistito personalmente al montaggio di palco e service luci e audio.
Venti giorni interminabili in cui inspiravo ossigeno ed espiravo adrenalina.
Per nutrire l’ansia da prestazione come un blob, avevo un countdown sul pc e uno sul cellulare. Prendevo tè per stare sveglia (ho dormito circa quattro ore per notte) e tisane e ansiolitici per dormire. Pianificavo i minimi dettagli e combattevo a spada tratta contro gli imprevisti, usando lo smartphone come un’Excalibur virtuale. Ho fatto cinquecento minuti di telefonate, mandato e ricevuto oltre duemila mail. Non ho contato le chat su whatsapp però.
Alla fine il giorno dell’evento è arrivato.  La sera prima ho fatto un ultimo check della situazione, risolto l’ultimo problema (una mail con delle istruzioni arrivata in bianco) e sono riuscita ad addormentarmi solo alle tre. Mi sono risvegliata alle sette, infilata un paio di leggings e una maglia e sono corsa a controllare il montaggio di palco, service, allestimenti vari e sound check degli artisti (Nathalie e le Crazy Dolls).
Camminavo spinta da una forza oscura chiamata epinefrina ed ero felice, sotto pressione ma felice. E so che quando sono sotto pressione lavoro meglio dando il cento dieci per cento in ogni situazione.
Una corsa a casa, una doccia veloce ed ero di nuovo lì.
Era l’ora X e non eravamo ancora pronti a iniziare. Un classico.
Quando mi hanno detto che tutto era pronto e mi hanno chiesto di dare il Go ho sentito una morsa allo stomaco, un nodo che stringeva la gola e che non riuscivo a ingoiare. Ho respirato a fondo, chiuso gli occhi per qualche secondo, contato fino a venti, pensato che sarebbe stato un enorme successo, che tutto il lavoro fatto nei giorni prima stava per concretizzarsi e quando ho aperto gli occhi ho visto chiaro: il backstage, le persone sorridenti, gli amici che erano lì per dare una mano, tutti che da sotto al palco attendevano l’inizio della serata, le luci, il buio intorno, la musica, la scossa che solo queste esperienze possono darti.
“Siamo pronti. Cominciamo!” e dopo questa frase mi sono inchiodata sulla scaletta d’ingresso al palco e non mi sono mossa finché le luci sul palco non si sono spente e la musica non è sfumata lasciando l’eco nella piazza.

Ed è stato fantastico pensare che sì, è vero: se puoi sognarlo, puoi farlo (cit.).

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Photo credits: Luigi Rizzo 


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Categories: My life, Workaholic

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